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GIURISPRUDENZA – Rinunce e transazioni in sede sindacale

Corte di Cassazione, ordinanza 18 gennaio 2024, n. 1975

Lo svolgimento della conciliazione sindacale, ai sensi dell’art. 412-ter c.p.c. e dell’art. 2113 c.c., presso una sede diversa da quella in cui opera l’organizzazione cui il lavoratore ha affidato il mandato non è indice automatico di invalidità delle rinunce e transazioni in essa contenute. Se infatti tali rinunce sono state formulate in maniera consapevole e genuina e, soprattutto, sono state precedute da opportuna e adeguata attività di assistente al prestatore di lavoro che le ha formulate, il luogo fisico presso cui si volge la conciliazione non costituisce un requisito formale necessario ed imprescindibile.

È quanto ha recentemente affermato la Corte di Cassazione con l’ordinanza 18 gennaio 2024, n. 1975, conoscendo il caso di una lavoratrice di uno studio professionale che aveva impugnato la conciliazione sindacale sottoscritta non presso la sede del sindacato che l’aveva assistita, bensì presso la sede dell’azienda datrice di lavoro.

Secondo la ricostruzione della ricorrente, il Tribunale prima e la Corte d’Appello poi, erano incorsi in una violazione o falsa applicazione degli artt. 2113 c.c. e 412 ter c.p.c., in correlazione con l’art. 2697 c.c. per avere negato incidenza invalidante alla mancata sottoscrizione del verbale presso la sede del sindacato e per aver addossato l’onere probatorio alla lavoratrice invece che alla società datrice di lavoro.

I Giudici di legittimità hanno però rigettato il ricorso della lavoratrice. La necessità (derivante dal combinato disposto dell’art. 412 ter c.p.c. e del contratto collettivo di volta in volta applicabile) che la conciliazione sindacale sia sottoscritta presso una sede sindacale non è un requisito formale, bensì funzionale ad assicurare al lavoratore la consapevolezza dell’atto dispositivo che sta per compiere e, quindi, ad assicurare che la conciliazione corrisponda ad una volontà non coartata, quindi genuina, del lavoratore. Pertanto, se tale consapevolezza risulti comunque acquisita, ad esempio attraverso le esaurienti spiegazioni date dal conciliatore sindacale incaricato anche dal lavoratore, lo scopo voluto dal legislatore e dalle parti collettive deve dirsi raggiunto. In tal caso la stipula del verbale di conciliazione in una sede diversa da quella sindacale (nella specie, presso uno studio oculistico: v. ricorso per cassazione, p. 12) non produce alcun effetto invalidante sulla transazione.

Sul piano del riparto degli oneri probatori, poi, se la conciliazione è stata conclusa nella sede “protetta”, allora la prova della piena consapevolezza dell’atto dispositivo può ritenersi in re ipsa o desumersi in via presuntiva (cfr. anche Cass. n. 20201/2017). Graverà quindi sul lavoratore l’onere di provare che, ciononostante, egli non ha avuto effettiva assistenza sindacale. Se invece la conciliazione è stata conclusa in una sede diversa, allora l’onere della prova grava sul datore di lavoro, il quale deve dimostrare che, nonostante la sede non “protetta”, il lavoratore, grazie all’effettiva assistenza sindacale, ha comunque avuto piena consapevolezza delle dichiarazioni negoziali sottoscritte.

 

 

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