menu

GIURISPRUDENZA – Jobs Act: incostituzionale la disciplina dei licenziamenti nulli

(Corte Cost. 22 febbraio 2024, n. 22)

La massima

L’art. 2, co. 1, del D. Lgs. n. 23/2015 è incostituzionale nella parte in cui prevede la sanzione della reintegrazione nel posto di lavoro per i soli recessi viziati da nullità “espressamente” comminata dalla legge. Il licenziamento deve intendersi nullo – e dunque sanzionato con la conseguenza più grave prevista dall’ordinamento – sia che la nullità sia testualmente individuata dalla norma violata (c.d. “nullità testuale”) sia che essa derivi dalla contrarietà dell’atto intimato ad una regola imperativa di legge ai sensi dell’art. 1418, co. 1, c.c. (c.d. “nullità virtuale”). Occorre dunque solo un divieto – espresso o meno – di licenziamento per integrare la fattispecie contemplata dal citato art. 2, co. 1. Così ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza 22 febbraio 2024, n. 22 resa a seguito di ordinanza di remissione n. 83/2023 della Corte di Cassazione, Sezione Lavoro.

 

L’ordinanza di remissione

Secondo i giudici remittenti, la legge delega n. 184/2014, con l’art. 1, co. 7, lett. c), aveva delegato il Governo a ricomprendere nell’area sanzionatoria della reintegrazione tutti i licenziamenti “nulli e discriminatori”, senza prevedere alcuna limitazione ai soli casi di nullità “espressamente” previsti dalla legge. Nel tradurre tale indicazione, invece, il legislatore delegato, con l’art. 2, co. 1, D. Lgs. n. 23/2015, ha stabilito che la sanzione reale sia applicabile, oltre che ai recessi nulli perché discriminatori, anche a quelli riconducibili “agli altri casi di nullità espressamente previsti dalla legge”. Tale soluzione escluderebbe dal campo di applicazione della reintegrazione tutti quei licenziamenti nulli non per testuale comminatoria della legge, bensì in ragione della sussistenza di un divieto normativo di adottarli, dunque in applicazione dell’art. 1418, co. 1, c.c., a mente del quale “il contratto è nullo quando è contrario a norme imperative”. Si tratta, ad esempio, del licenziamento intimato nei riguardi del dipendente in malattia e durante il periodo di comporto, del licenziamento per motivo illecito determinante, del licenziamento intimato al lavoratore tossicodipendente durante il periodo di riabilitazione di cui al d.P.R. n. 309/1999, o del licenziamento economico comminato durante il periodo emergenziale presidiato dal c.d. “blocco dei licenziamenti”. In questi casi, la norma di riferimento, pur ponendo un chiaro divieto di adottare l’atto di recesso, non dispone espressamente la sanzione della nullità, essendo quest’ultima ricavabile dalla contrarietà del provvedimento datoriale ad una disposizione imperativa. Secondo la Cassazione, la scelta del legislatore delegato sarebbe dunque del tutto illogica ed irrazionale, poiché fondata su di una distinzione tra nullità “testuale” e nullità “non testuale” (o “virtuale”) che, oltre a non sussistere su di un piano ontologico, sarebbe del tutto assente dalla L. n. 184/2014, con conseguente violazione dell’art. 76 Cost. per eccesso di delega.

 

Le difese della Presidenza del Consiglio

Nel giudizio di costituzionalità è intervenuta la Presidenza del Consiglio dei ministri, difendendo la coerenza tra la norma impugnata ed il dettato della Carta fondamentale. Secondo il Governo, le nullità “testuali” e “virtuali” sarebbero differenti su di un piano sia ontologico che teleologico: quest’ultime, infatti, non sarebbero riconducibili – a differenza delle prime – ad una casistica predeterminata, in quanto frutto della mutevole evoluzione dell’interpretazione circa i casi rilevanti di contrarietà di un atto ad una norma, evoluzione condizionata dai cambiamenti storici e sociali. La legge delega, dunque, nell’incaricare il Governo di prevedere la reintegrazione per i licenziamenti “nulli e discriminatori” avrebbe chiaramente previsto una endiadi, intendendo imporre al legislatore delegato la previsione di tale sanzione solo nei casi di recessi nulli perché discriminatori, in coerenza con la ratio legis della riforma del “Jobs Act”, volta ad incentivare l’innalzamento dei livelli occupazionali a fronte di un sistema sanzionatorio dei recessi datoriali più semplice e leggero. La norma di cui all’art. 2, co. 1, D. Lgs. n. 23/2015, dunque, nel limitare la reintegrazione ai soli casi di licenziamenti nulli perché discriminatori o negli altri casi in cui tale sanzione sia espressamente comminata dalla legge, sarebbe coerente con la L. n. 184/2014 sia su di un piano testuale che su di un piano finalistico.

 

Le motivazioni della Corte

La Consulta, nel considerare rilevante e fondata la questione di costituzionalità prospettata dalla Cassazione, ha preliminarmente negato che all’espressione contenuta nella legge delega, all’art. 1, co. 7, lett. c), possa attribuirsi un significato di endiadi: i recessi “nulli e discriminatori”, infatti, sono tradizionalmente rimasti sempre ben distinti nell’ordinamento giuridico interno, il quale ha sempre considerato autonomamente la categoria dei licenziamenti nulli poiché contrari a norme imperative, anche quando tali norme non comminavano espressamente tale sanzione. A tale tipo di recessi, peraltro, il legislatore ha sempre riservato la sanzione della reintegra, a conferma del particolare disvalore ad essi riconosciuto. Con l’espressione “licenziamenti nulli e discriminatori”, dunque, il delegante ha inteso riferirsi a tutte le ipotesi di nullità, non solo a quelle collegate alla natura discriminatoria dell’atto datoriale.

Con riguardo al denunciato eccesso di delega realizzato con l’art. 2, co. 1, D.Lgs. n. 23/2015 con l’introduzione dell’avverbio “espressamente”, la Consulta ha proceduto ad una analisi letterale e teleologica della L. n. 184/2014.

Sul piano letterale, i giudici costituzionali hanno evidenziato come la distinzione effettuata dal legislatore delegato tra nullità “testuali” e nullità “virtuali” non compaia mai nel corpo dell’art. 1, co. 7, lett. c) della L. n. 184/2014: il mantenimento della sanzione reale è invece previsto tout court per i licenziamenti nulli, atteso che, come detto in precedenza, l’espressione “nulli e discriminatori” non può essere intesa come una endiadi.

Sul piano teleologico, invece, l’eccesso di delega realizzato dall’art. 2, co. 1, si evincerebbe dal fatto che il legislatore delegato, introducendo un limite non previsto dalla L. n. 184/2014, avrebbe di fatto lasciato i licenziamenti “virtualmente” nulli sprovvisti di qualsivoglia sanzione: essi, infatti, non possono essere attratti nell’area della nullità in ragione dell’avverbio “espressamente”, non possono essere attratti nelle altre aree presidiate dalla reintegrazione perché non disciplinari e non possono essere attratti nell’area della tutela indennitaria poiché diversi sia dai licenziamenti economici che da quelli viziati proceduralmente. Una soluzione, quest’ultima, del tutto irragionevole ed incoerente con il disegno del legislatore delegante, attesa la particolare gravità delle ipotesi considerate (si pensi, su tutti, al recesso intimato durante il comporto) e la finalità della legge delega di creare regole chiare e certe in materia di licenziamenti.

 

Le conseguenze

A seguito della declaratoria di incostituzionalità dell’art. 2, co. 1, D. Lgs. n. 23/2015 nella parte in cui limita la sanzione della reintegrazione ai licenziamenti nulli “espressamente” qualificati come tali dalla legge, il regime delineato da tale norma sarà dunque applicabile sia che nella disposizione imperativa violata ricorra testualmente la sanzione della nullità, sia che ciò non avvenga ma l’atto datoriale risulti comunque contrario a norma imperativa in quanto violativo di un divieto – espresso o implicito – di licenziamento.

Condividi: