menu

GIURISPRUDENZA – È valida la clausola per cui l’apprendista dimissionario è obbligato a risarcire l’azienda per la formazione professionalizzante ricevuta

Il Tribunale di Roma, Sezione Lavoro, con sentenza del 9 febbraio 2024, ha affermato la legittimità della clausola contrattuale in cui si stabilisce una durata minima garantita del contratto di apprendistato professionalizzante e che, in caso di dimissioni prive di giusta causa da parte del lavoratore, sancisce il diritto della società datrice di lavoro al rimborso di una somma parametrata alla retribuzione giornaliera corrisposta al lavoratore per ogni giornata di formazione.

Nella vicenda in esame, la Società che aveva assunto l’ex dipendente con contratto di apprendistato professionalizzante, volto al conseguimento della Figura professionale di Operatore Specializzato Manutenzione Infrastrutture, a seguito delle dimissioni presentate dallo stesso prima della fine del periodo di formazione, ha convenuto l’ex dipendente innanzi al Tribunale di Roma al fine di vedere accertata l’assenza di giusta causa o giustificato motivo del recesso, e, per l’effetto, il diritto al pagamento delle somme erogate per le giornate di formazione già impartite, nonché al fine di accertare e dichiarare la legittimità della trattenuta effettuata dall’azienda nelle buste paga successive al recesso, a compensazione di quanto dovuto dal lavoratore e, per l’effetto, condannarlo al pagamento del restante importo.

Con separato ricorso il lavoratore adiva il medesimo Tribunale, lamentando l’illegittimità della clausola di durata minima del rapporto e alla relativa penale, in quanto vessatoria ai sensi dell’art. 1341 c.c., nonché sproporzionata, e, conseguentemente, l’illegittimità della predetta trattenuta effettuata dall’azienda.

Visto il rapporto di continenza tra i due giudizi, ai sensi dell’art. 39 c.p.c., le due cause venivano riunite innanzi al Giudice del Lavoro preventivamente adito, il quale, all’esito del procedimento, dichiarava l’assenza di natura vessatoria della clausola penale inserita nel contratto di lavoro, in quanto non rientrante in quelle di cui all’art. 1341, ribandendo che “in materia contrattuale le caparre, le clausole penale ed altre simili, con le quali le parti abbiano determinato in via convenzionale anticipata la misura del ristoro economico dovuto all’altra in caso di recesso o inadempimento, non avendo natura vessatoria, non rientrano tra quelle di cui all’art. 1341 c.c. e non necessitano, pertanto, di specifica approvazione (cfr. Cass. Sentenza n. 18550 del 30/06/2021)”.

Esclusa, dunque, la vessatorietà della clausola, il Tribunale ha precisato che “Si è […] in presenza di una clausola di durata minima correlata ad un diritto potestativo disponibile per cui il datore di lavoro che lamenti il mancato rispetto del periodo minimo di durata può chiedere al lavoratore il risarcimento del danno. La meritevolezza dell’interesse del datore di lavoro rispetto a siffatta clausola è rinvenibile nel dispendio economico sopportato dall’azienda per la formazione di un proprio dipendente al fine di destinarlo allo svolgimento delle mansioni e fruendo di una formazione dedicata”.

Il Tribunale, ferma restando l’impossibilità per il lavoratore di contestare la congruità della spesa sostenuta o del soggetto ritenuto idoneo ad effettuare la formazione stessa, ha quindi dichiarato il diritto della società datrice a vedersi ristorate le spese sostenute per formare l’ex lavoratore, “a titolo

di mancato ammortamento”, anche a prescindere, ai fini dell’applicazione della penale, dal vantaggio economico eventualmente tratto dal lavoratore stesso.

Con riguardo al caso di specie, poi, il Tribunale ha aggiunto che “la clausola penale, infine, nella valutazione della complessiva economia del rapporto non risulta affatto eccessivamente onerosa, dal momento che, trattandosi della formazione relativa all’acquisizione della posizione lavorativa di operatore specializzato manutenzione infrastrutture per la quale sono previste specifiche abilitazioni, nella fattispecie il datore di lavoro non si è sostanzialmente mai potuto avvalere del contributo lavorativo effettivo del dipendente, che è stato impegnato interamente nella formazione. Pertanto, gli importo pattuiti non possono ritenersi eccessivamente gravosi per il lavoratore, che, conformemente agli obblighi assunti, è tenuto al pagamento delle giornate di formazione secondo le previsioni del contratto individuale di lavoro”.

All’esito del procedimento, dunque, il Tribunale di Roma ha riconosciuto, come da contratto di lavoro, il diritto dell’azienda al rimborso delle spese sostenute per la formazione del lavoratore ed ha altresì dichiarato la legittimità della trattenuta già effettuata dall’azienda sulle successive buste paga, condannando l’ex dipendente al pagamento del restante dovuto.

 

SENTENZA_TRIBUNALE_DI_ROMA_N._1646_2024_-_N._R.G._00016087_2023_DEL_09_02_2024_PUBBLICATA_IL_09_02_2024

Condividi: